Uno dei luoghi simbolo di Kuala Lumpur sono le Grotte di Batu, situate a circa 13 km a nord del centro cittadino, uno dei maggiori centri di pellegrinaggio per gli Induisti: ovviamente, durante il mio sitting nella capitale malese, non potevo perdere l’occasione di visitarle! Queste grotte di origine carsica, che prendono il nome dal fiume che scorre nelle vicinanze, si sono formate all’interno di una collina dalle pareti ripidissime e sono uno dei simboli della città.

Le Batu Caves di Kuala Lumpur

Si tratta di una rete di caverne e camere che si estende per circa 2 km e comprende tre grotte principali, la più grande delle quali è chiamata Cathedral Cave o Temple Cave e altre più piccole, con nomi come il Buco dell’eremita, il Buco del prete e la Grotta fatata.

L’intero complesso delle caverne è dedicato a Murugan (o Karttikeya, o Skanda come è chiamato nel sacro testo dei Veda), il dio della guerra, venerato principalmente dalle popolazioni Tamil. Ma questo luogo non è sempre stato un sito religioso e turistico come è oggigiorno. I primi usufruitori furono i Temuan, una popolazione indigena del gruppo degli Orang Asli, che si rifugiavano nelle caverne durante il brutto tempo e tra una battuta di caccia e l’altra, anche se non si inoltrarono mai all’interno, rimanendo insediati vicino all’entrata.

Nell’800, gli immigrati cinesi si guadagnavano da vivere estraendo il guano prodotto dai pipistrelli che vivevano nelle grotte ed utilizzandolo come fertilizzante nei loro campi. Ben presto le caverne attirarono l’attenzione dei colonizzatori inglesi e soprattutto del naturalista americano William Hornaday, famoso direttore del New York Zoological Park, passato alle cronache come scopritore delle caves. Hornaday aveva viaggiato in Malesia e nel Borneo per studiare le giungle del Sud-Est asiatico e nel libro in cui raccontò questa esperienza “Two Years in the Jungle“ menziona diverse volte questo luogo. A fine ‘800, K. Thamboosamy Pillai, un’eminente personaggio della comunità indiana, cercando il luogo adatto dove adorare Lord Murugan, trovò per caso le caverne: ispirato dalla forma dell’entrata, che ricordava la punta di una lancia, uno degli attributi di Murugan (lancia regalatagli dalla madre, la dea Parvati)  decise di costruire un tempio in suo onore e nel 1892 fu celebrata la prima festa di Thaipusam nelle Batu Caves. Thaipusam è la festa Tamil Hindu che si svolge tra fine gennaio e inizio febbraio in occasione della prima luna piena del mese di Thai del calendario tamil e richiama in pellegrinaggio migliaia di fedeli.

La visita delle Batu Caves

Le grotte sono facilmente raggiungibili in treno dal centro di Kuala Lumpur, anche se io ho dovuto utilizzare GRAB, perché dal mio alloggio non c’era altro modo di arrivarci, rimanendo bloccata nel traffico intorno all’area, davvero congestionato.

Superato il parcheggio, già pieno di prima mattina di bus turistici col motore acceso (ma in compenso c’è un cartello che vieta di fumare!) all’entrata del complesso, che è libera e gratuita, si staglia maestosa una statua di Murugan/Karttikeya, dipinta in oro, inaugurata nel gennaio 2006: con i suoi 42,7 metri, è la statua più alta della Malaysia.

Agli inizi, per raggiungere il santuario, era necessario scalare la collina a piedi. Nel 1920 furono creati dei gradini di legno per permette ai pellegrini di raggiungere più facilmente il tempio, ma negli anni ’30 le scale cominciarono a mostrare segni di usura e nel 1940 si decise di costruire gradini di cemento. La scalinata, di 272 gradini, è quella presente ancora oggi, che pochi anni fa è stata colorata a tinte sgargianti.

Purtroppo non c’è altro modo per salire e tocca proprio farsela a piedi, cosa che mi preoccupava non poco, ma piano, piano, riprendendo fiato ogni tanto, non è stato poi così pesante!

Nella grotta più grande del complesso si trova il tempio Subramaniar Swamy: per entrarci è obbligatorio togliersi le scarpe, quindi, visto che il terreno delle grotte può essere bagnato, consiglio di portarsi dei calzini di riserva. La sera prima della mia visita aveva piovuto e nonostante la bella giornata di sole, all’interno grondava ancora molta acqua tanto che, alla fine, le scarpe le ho rimesse solo all’uscita e i calzini li ho dovuti buttare.

Nei vari templi del complesso, è possibile acquistare fiori, frutta, incenso e candele e chiedere ai sacerdoti di offrirli in dono alle divinità.

Finito di visitare questo primo tempio, mi rendo conto che le scale non sono finite: c’è infatti un’altra scalinata che porta nella caverna superiore, per fortuna meno faticosa dell’altra!

Questa seconda caverna dalle pareti altissime ha un’ampia apertura che lascia vedere il cielo e ospita anch’essa un tempio.

Queste grotte  sono anche un importante habitat per molte specie animali e vegetali: tra gli altri ospitano 21 specie di pipistrelli, farfalle, serpenti oltre alle celebri scimmiette che spesso infastidiscono i visitatori.

Ai piedi del complesso principale, si trovano altre attrazioni: la Grotta Villa e la Grotta Ramayana, che contengono statue e dipinti di personaggi della mitologia indù, visitabili a pagamento, oltre a negozi e locali dove mangiare.