Questo articolo si differenzia dai post che scrivo per il blog, che di solito riguardano le cose da fare e vedere in un dato luogo: narra, sotto forma di un breve racconto, il ricordo di un viaggio fatto nello Yemen esattamente 30 anni fa. Spero vi piaccia!

Da qualche parte nello Yemen

“Mamma va nel paese di Aladino” raccontai a mia figlia per spiegarle la meta del viaggio che mi apprestavo a fare.

In realtà stavo per andare nel regno della mitica regina di Saba, lo Yemen, uno dei paesi più poveri del mondo, allora come oggi. Quel giorno non potevo saperlo, ma sono stata fortunata a visitare questo luogo antico, che sa di spezie e caffè, visto che da lì a poco sarebbe diventato terreno di sanguinose lotte intestine e rimase a lungo chiuso al turismo.

All’arrivo a Sanaa, l’impatto con questa terra fu davvero forte. Le strade erano tappezzate di macchie rosse: no, non si trattava di sangue, erano sputi di khat, la pianta dagli effetti stimolanti che gli uomini masticavano in continuazione aggiungendo man mano nuove foglie. Alla fine, si forma una palla che, tenuta su un lato della bocca, fa gonfiare la guancia in maniera sproporzionata. Io l’ho provato, il khat, quando la guida me l’offrì, non mi fece nessun effetto e dopo un pò lo sputai di nascosto. Mi facevano un pò schifo queste macchie e cercavo di non calpestarle, anche se erano asciutte.

Nello Yemen le donne giravano per strada completamente coperte, persino gli occhi erano nascosti da una retina nera come le loro vesti: sembravano fantasmi, esseri cancellati nelle loro forme e individualità. Rimasi scioccata la prima volta che ne vidi una. Gli uomini indossavano sempre un pugnale, la jambia, infilato nella cintura, un’immagine molto maschia che però contrastava con l’usanza di camminare tenendo per mano un altro uomo. No, non si trattava di omosessualità come poteva sembrare ad noi occidentali, ma solo di un segno d’affetto tra amici.

La città vecchia di Sanaa mi incantò, con i suoi edifici di fango merlettati di gesso e le luci colorate che filtravano dalle finestre, non per nulla è un sito patrimonio dell’umanità UNESCO. Il resto dello Yemen è sabbia, deserto, rocce, città antichissime che quasi si mimetizzano con le pietre circostanti. Ancora non ho capito se mi piacque o no. Girando il paese, mi colpì soprattutto una cosa: i sacchetti di plastica, evidentemente usati e poi buttati per strada: se ne vedevano ovunque mentre svolazzavano sospinti dal vento, alcuni terreni ne erano completamente ricoperti.

La nostra guida, un omino con moglie e figli in patria e un’amante (e un altro figlio se non ricordo male) a Londra, si era innamorato di me, voleva che diventassi la sua seconda amante. Fece anche una cosa inconcepibile per la mentalità yemenita: offrirmi in pubblico un regalo, un braccialetto che ancora conservo da qualche parte.

Non sopportavo molto di viaggiare con un gruppo numeroso, i viaggi organizzati non hanno mai fatto per me: soprattutto non sopportavo di non poter muovermi liberamente come sono sempre stata solita fare in viaggio. 

Ma un momento di libertà l’ho vissuto ed è il ricordo più bello che mi è rimasto dello Yemen. 

Mi annoiavo. La pausa pranzo si stava dilungando un pò troppo. Avevamo mangiato bene, non c’è che dire, ma anche basta. Che stavamo ancora a fare lì, mentre fuori c’era un mondo da conoscere? Il mio spirito irrequieto mi portò a lasciare il gruppo e a uscire dalla sala del ristorante. Non ero l’unica ad annoiarmi evidentemente, anche altre due partecipanti al viaggio non ne potevano più di stare ferme e così decidemmo di avviarci a piedi verso la prossima meta in programma per oggi.

Dove eravamo? Eravamo da qualche parte nello Yemen. Ci incamminammo lungo la strada polverosa, intorno a noi il paesaggio era brullo.

Passò un pick up, scherzosamente facemmo il segno dell’autostop e il guidatore si fermò e ci fece segno di salire dietro sul cassone. La sua non fu gentilezza verso tre matte che passeggiavano nel nulla, voleva essere pagato, ma per noi era un’avventura e quindi andò bene così! Con un pò d’incoscienza salimmo a bordo e viaggiammo per qualche minuto con tre sconosciuti, che non avevano esattamente un’aria amichevole. Col senno del poi, un pò incoscienti lo fummo davvero, visto che un paio di mesi dopo, le cronache cominciarono a riportare le notizie di turisti stranieri rapiti in Yemen e l’inizio dei problemi che sfociarono nella guerra civile nel paese. 

Le case, i muri del villaggio erano dello stesso colore della sabbia e delle rocce che lo circondavano, tutto era giallo, ocra e si stagliava  contro il celeste brillante del cielo. In giro non si vedeva un’anima, dove erano finiti tutti?? Ero curiosa, lasciai le mie compagne e m’inoltrai per i vicoli assolati di questo luogo che sembrava appartenere ad un tempo lontano. Ero una fotografa allora e ovviamente avevo con me il borsone con la macchina, i rullini e gli obiettivi, tutta roba che oggi, nell’era del digitale, sembra appartenere anch’essa al passato. Camminando passai davanti ad una stradina e finalmente viddi qualcuno. Dei bambini giocavano tranquilli per terra mentre alcune donne sedute sui gradini davanti le porte delle loro case chiacchieravano. Erano a viso scoperto, qui erano a casa loro, in questo vicolo, su questi gradini erano libere di farsi vedere. Che scena stupenda avevo davanti agli occhi, resa ancora più bella dalla luce di taglio che illuminava il vicolo! Avrei voluto scattare a raffica! Mostrai la macchina, ma ovviamente mi fecero segno di no, non potevo riprendere questo loro momento di intimità e libertà. 

I bambini mi guardavano incuriositi, forse ero la prima occidentale che vedovano, mi vennero incontro e le donne mi fecero segno di avvicinarmi. Ero grata dell’opportunità che mi stavano dando,  ma comunicare è difficile… 

“Marina” indicai battendomi la mano sul petto.

“Tu?” chiesi indicando i bambini e le mamme. 

“Italia” risposi ad un ragazzino che voleva sapere da dove venivo.

“Italia football!” Non sapeva dove fosse ma, grazie ai Mondiali di calcio, l’Italia era arrivata fin quaggiù. Ma le parole non servivano, per noi parlavano i gesti, i sorrisi, gli occhi, la voglia di incontrare i nostri mondi così lontani tra di loro. 

Avrebbero voluto offrirmi un tè, ma delle voci mi stavano chiamando. I miei compagni di viaggio erano arrivati al villaggio, dopo averci cercate dappertutto, preoccupati perché ci eravamo dimenticate di avvisare che andavamo via e così, dopo quel breve momento d’unione, i nostri mondi si allontanarono di nuovo.